…perché il più grande errore, l’errore più stupido e grossolano è di credere, è immaginarsi che la vita di famiglia, siccome è una vita ritirata, sia anche una vita ritirata dal mondo. E’ esattamente e diametralmente il contrario. La vita di famiglia è invece la vita più coinvolta nel mondo, incomparabilmente, che al mondo ci sia. C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia.

IMG_5932Gli altri, i peggiori avventurieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Non corrono assolutamente alcun pericolo al suo confronto. Tutto nel mondo moderno, e soprattutto il disprezzo, è organizzato contro lo stolto, contro l’imprudente, contro il temerario,

Chi sarà tanto prode, o tanto temerario?

contro lo sregolato, contro l’audace, contro l’uomo che ha tale audacia, avere moglie e bambini, contro l’uomo che osa fondare una famiglia. Tutto è contro di lui. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l’accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. E infine il resto. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conseguenza contro la famiglia stessa, contro la vita di famiglia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letterlamente un avventuriero, corre un’avventura. Perché gli altri, al maximum, vi sono coinvolti solo con la testa, che non è niente. Lui invece ci è coinvolto con tutte le sue membra. Gli altri, al maximum, si giocano solo la loro testa, il che non è niente. Lui invece mette in gioco tutte le sue membra. Gli altri soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado. Lui solo soffre per altri. Alii patitur. Al secondo, al ventesimo grado. Ne fa soffrire altri, ne è responsabile. Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra.

Foto4_2Gli altri navigano a secco di vele. Lui solo ammara, è costretto ad ammarare alle tempeste un apparato enorme, un corpo pieno, tutta la vela; e qualunque sia la forza del vento è obbligato a navigare a piene vele. Tutti hanno vantaggio su di lui e lui non ha vantaggio su nessuno. Si muove continuamente con i suoi ostaggi, in lungo e in largo tra quei terribili fortunali. Le cose che accadono, i guai, la malattia, la morte, tutto ciò che accade, tutti i guai hanno vantaggio su di lui, sempre; è sempre esposto a tutto, in pieno, di fronte, perché naviga su una larghezza immensa. Gli altri scantonano. Sono corsari. Sono a secco di vele. Ma lui, che naviga, che è obbligato a governare la nave su questa rotta immensamente larga, lui solo non può affatto passare senza che la fatalità si accorga di lui. E allora è lui che è coinvolto nel mondo, e lui solo. Tutti gli altri possono infischarsene. Lui solo paga per tutti. Capo e padre di ostaggi, anche lui stesso è sempre un ostaggio. Che importa agli altri di guerre e rivoluzioni, guerre civili e guerre straniere, l’avvenire di una società, ciò che accade alla città, la decadenza di tutto un popolo. Non rischiano mai altro che la testa. Niente, meno di niente. Lui invece non solo è coinvolto dappertutto nella città presente. Dalla famiglia, dalla sua razza, dalla sua discendenza da quei bambini è coinvolto dappertutto nella città futura, nello sviluppo ulteriore, in tutto il temporale accadere della città. Si gioca la razza, si gioca il popolo, si gioca la società, mette come posta la società. Si gioca (tutta) la città, presente, passata, a venire. Tale è la sua posta in gioco.

IMG_0755Gli altri scantonano sempre. Possono permettersi di infilare solo la testa. Lui, lui deve nuotare di spalle, deve risalire tutte le correnti. Deve infilare le spalle, il corpo e tutte le membra. Gli altri scantoneranno sempre. Sono carene leggere, sottili come lame di coltello. Lui è la nave grossa, pesante come bastimento da carico. E’ il luogo d’appuntamento di tutte le tempeste. Tutti i venti del cielo congiurano e si mettono d’accordo, si abbattono da tutti gli angoli del cielo, accorrono e si intersecano da tutti i punti dell’orizzonte per assalirlo. Lui scopre alla sorte, alla fortuna, alla sfortuna che vigila, alla fatalità una larghezza (di spalle) (su cui abbattersi), una superficie, un volume incredibile. Non è affatto coinvolto solo nella città presente. E’ coinvolto dappertutto nell’avvenire del mondo. E anche in tutto il passato, nella memoria, in tutta la storia. E’ assalito dagli scrupoli, straziato dai rimorsi, a priori, (di sapere) in che città di domani, in quale ulteriore società, in quale dissoluzione di tutta una società, in quale miserabile città, in quale decadenza, in quale decadenza di tutto un popolo lasceranno, consegneranno, domani, stanno per lasciare, entro qualche anno, il giorno della morte, quei bambini di cui sono, di cui si sentono così pienamente, così assolutamente responsabili, di cui sono temporalmente i pieni autori. Quindi per loro nulla è indifferente. Niente di quello che succede, niente di storico è per loro indifferente. Soffrono di tutto. Soffrono dappertutto. Solo loro hanno esaurito, possono vantarsi di aver esaurito la sofferenza temporale, tutto il dolore che io posso offrire a chi vive nel tempo. Chi non ha mai avuto un bambino malato non sa cosa sia la malattia. Chi non ha perso un bambino, che non ha avuto, che non ha visto morto il suo bambino non sa cosa sia il dolore. E non sa cosa sia la morte. E coinvolti da ogni parte nelle sofferenze, nelle miserie, in tutte le responsabilità sono tutti ingolfati nell’esistenza, sono pesanti e impacciati, sono goffi, impediti nelle manovre; sembrano deboli e vili; non solo lo sembrano; sono deboli, sono vili, sono codardi. Nella manovra. Capi responsabili e appesantiti, carichi e reponsabili di una banda di prigionieri, prigionieri essi stessi, carichi, responsabili di una banda di ostaggi, ostaggi essi stessi, non fanno un passo che non sia vigliacco, sembrano circospetti, continuamente, sono circospetti, sono prudenti prudenti, non fanno una mossa che non sia sconcertante. E tutti li disprezzano e, quel che è peggio, hanno ragione a disprezzarli. Gli altri scantonano sempre. Non hanno bagagli. Vili scantonano con districamenti politici. Coraggiosi scantonano con districamenti eroici, con districamenti d’audacia. Temporali scaontono verso la carriera e le dominazioni temporali. Spirituali scantonano, si defilano verso le osservanze della regola. Storici scantonano verso le carriere della gloria. Riescono sempre, sia nella regola, sia nel secolo. Il padre di famiglia solo è condannato a non riuscire affatto. Non può mai scantonare. Deve sempre passare in tutta la sua larghezza. Ed è molto semplice, non ci passa. Non ci passa mai. Non passa da nessuna parte. Non riesce né nella regola né nel secolo. Non riesce nella regola, la regola si oppone. Prima di cominciare. Non riesce nel secolo. Il secolo si oppone, prima, durante e dopo. Non riesce nella politica e non riesce nell’audacia. La porta stretta, caro il mio Gide, gli viene perpetuamente rifiutata. E’ troppo grosso. Ha tutta la famiglia attorno al corpo. E’ come la donnola di La Fontaine, ma dopo che è ingrassata. Ha socialmente un grasso, un tessuto adiposo sociale, che lo rende inadatto alla corsa. Ora, temporalmente tutto non è altro che corsa, non è altro che concorso e concorrenza. Gli altri corrono, intanto, gli altri arrivano, quelli magri, fini, sottili, socialmente scarichi, scaricati, socialmente disingombri, sgombri di bagagli. Così tutti lo disprezzano; in sua presenta, tra di loro, lo scherniscono; sordamente, involontariamente congiurano contro di lui. Più di tutti gli altri, lo disprezzano i preti. Perché hanno questo (di bello), quando si accaniscono su qualcuno, ci si riaccaniscono di preferenza. Preferenzialmente. E’ quello che chiamano la carità.  Essi stessi si disprezzano tra loro e quando si incontrano: Siamo bestie, dicono. (Non ci credono proprio.) (Perché sanno molto bene che solo loro sanno, che sanno quello che gli altri non sanno affatto.) Eppure è questa la vita che Gesù prese, la vita di famiglia, ed è questa la vita che visse duarnte i primi tranta anni della sua esistenza terrestre…

(tratto da Charles Péguy, Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale, editore Piemme-30 Giorni, Casale Monferrato 2002, pp. 103ss)


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